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Struttura sanitaria e medico: la responsabilità è contrattuale. CASS.CIV. SEZ.III 24801/2013

Corte di Cassazione, sez. III Civile, sentenza 25 settembre - 5 novembre 2013, n. 24801
Presidente Russo – Relatore Vivaldi

La Corte di Cassazione, con la sentenza 24801 del 5 novembre 2013,  ha ribadito il principio secondo il quale è di natura contrattuale la responsabilià del medico e della struttura sanitaria.
Qui di seguito un estratto della sentenza, in particolare il passaggio fondamentale che rimarca la già consolidata giurisprudenza in materia.

(...Omissis)
È ormai consolidato il principio affermato dalla Corte di legittimità per il quale la responsabilità dell'ente ospedaliero deve essere inquadrata nella responsabilità contrattuale, sul rilievo che l'accettazione del paziente in ospedale, ai fini del ricovero o di una visita ambulatoriale, comporta la conclusione di un contratto (S.U. 11.1.2008 n. 577 e succ. conformi).
A sua volta, anche l'obbligazione del medico dipendente dall'ente ospedaliero nei confronti del paziente, ancorché non fondata sul contratto, ma sul contatto sociale, ha natura contrattuale (S.U. 11.1.2008 n. 577 e succ. conformi). In ogni caso, in ipotesi di responsabilità da intervento effettuato da medico dipendente da struttura sanitaria pubblica o privata, trova applicazione la disciplina dettata dall'art. 1218 c.c, e segg., sia nei confronti di quest'ultima, sia nei confronti del medico (S.U. 11.1.2008 n. 577 e successive conformi).
Pertanto, in base alla regola di cui all'art. 1218 c.c., il paziente - creditore ha il mero onere di allegare il contratto ed il relativo inadempimento o inesatto adempimento, non essendo tenuto a provare la colpa del medico e/o della struttura sanitaria e la relativa gravità (v. ad es. Cass.7.6.2011 n. 12274).
Al debitore, invece, presunta la colpa, incombe l'onere di provare che l'inesattezza della prestazione dipende da causa a lui non imputabile; la prova, cioè, del fatto impeditivo, in difetto della quale - secondo le regole generali degli artt. 1218 e 2697 c.c. - egli soccombe.
E la ragione è da ricercarsi nella maggiore possibilità per il debitore onerato di fornire la prova, in quanto rientrante nella sua sfera di dominio, in misura tanto più marcata quanto più l'esecuzione della prestazione consista nell'applicazione di regole tecniche sconosciute al creditore, essendo estranee alla comune esperienza, e viceversa proprie del bagaglio del debitore.
Ciò che avviene nell'esecuzione di una professione protetta. In sostanza, opera il principio di c.d. vicinanza alla prova o di riferibilità (v. Cass. 9.11.2006, n. 23918).
Il medico è in particolare tenuto ad una prestazione improntata alla diligenza professionale qualificata dalla specifica attività esercitata ex art. 1176 c.c., comma 2 e art. 2236 c.c., nel cui ambito va distinta una diligenza professionale generica e una diligenza variamente qualificata, giacché chi assume un'obbligazione nella qualità di specialista, o un'obbligazione che presuppone una tale qualità, è tenuto alla perizia che è normale della categoria. Lo specifico settore di competenza in cui rientra l'attività esercitata richiede infatti la specifica conoscenza ed applicazione delle cognizioni tecniche che sono tipiche dell'attività necessaria per l'esecuzione dell'attività professionale.
I limiti di tale responsabilità sono quelli generali in tema di responsabilità contrattuale (S.U. 30.10.2001 n. 13533), presupponendo questa l'esistenza della colpa lieve del debitore, e cioè il difetto dell'ordinaria diligenza. 
A tal fine, il criterio della normalità va valutato con riferimento alla diligenza media richiesta, ai sensi dell'art. 1176 c.c., comma 2, avuto riguardo alla specifica natura e alle peculiarità dell'attività esercitata.
La condotta del medico specialista va, poi, esaminata, non già con minore ma, al contrario, semmai con maggior rigore ai fini della responsabilità professionale, dovendo aversi riguardo alla peculiare specializzazione e alla necessità di adeguare la condotta alla natura ed al livello di pericolosità della prestazione (v. anche Cass. 9.12.2012 n. 17143). Ora, la Corte di merito ha riconosciuto che la condotta del F. , nell'occasione, era stata gravemente colposa, sia sotto il profilo della "negligenza grave" (pag. 48 sent.), sia dell'imperizia; motivando correttamente e puntualmente le ragioni del convincimento raggiunto.
(Omissis...)

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