per la tutela dei diritti umani e per lo studio del danno alla persona

La decisione della lite e le spese processuali.

Relazione del Cons. M. Boni nell’incontro di studi sul nuovo processo civile organizzato a Palermo in data 8 giugno 2009 dall’Ufficio dei Magistrati referenti per la formazione decentrata per il distretto di Corte d’Appello di Palermo. La tematica assegnata al mio intervento riguarda le novità legislative apportate alla decisione
del procedimento di cognizione ordinaria ed al regime delle spese processuali.
Con riferimento alla fase decisoria del procedimento civile, segmento conclusivo verso il quale è orientato il progredire delle udienze e degli adempimenti processuali, l’intervento normativo introduce elementi di novità, sia alla struttura ed al contenuto della sentenza intesa quale documento, atto processuale conclusivo del giudizio, sia alla decisione, intesa come attività cognitiva, come percorso mentale di formazione del convincimento del giudice mediante l’elaborazione delle emergenze processuali.
Sotto il primo profilo, il legislatore ha modificato il testo dell’art. 132 c.p.c., dedicato alla illustrazione in via generale del “contenuto della sentenza”, ovvero alla descrizione di come la sentenza debba essere strutturata, prevedendo con la nuova formulazione del punto 4) “la concisa esposizione delle ragioni di fatto e di diritto della decisione”; in tal modo si è operata la soppressione quale requisito della sentenza dello svolgimento del processo, ossia di quella parte introduttiva e riassuntiva, nella quale venivano esposti il contenuto essenziale delle domande e delle eccezioni delle parti, il meccanismo di introduzione della lite, gli eventi processuali più significativi sino alla conclusione del giudizio.
E’ evidente che l’eliminazione di tale sezione della sentenza risponde ad esigenze di celerizzazione nell’attività di redazione del documento contenente la decisione della lite e presuppone una valutazione di superfluità dell’esposizione di dati che le parti dello specifico rapporto processuale ed il giudice necessariamente conoscono, per cui non si ritiene più necessario impiegare del tempo per darne atto in modo formale. Tale soluzione si pone nel solco di scelte normative che privilegiano la concentrazione e l’eliminazione di adempimenti non strettamente essenziali alla finalità di giustificazione della sentenza, scelte già rintracciabili nella disciplina dagli istituti della sentenza a motivazione contestuale di cui all’art. 281-sexies c.p.c. e delle ordinanze anticipatorie di condanna.
Il legislatore sembra poi assecondare l’orientamento interpretativo giurisprudenziale, secondo il quale anche nel vigore della formulazione originaria dell’art. 132 c.p.c. la mancanza o la lacunosità dell'esposizione dello svolgimento del processo non determinava effetti invalidanti sulla sentenza, se questa risultava egualmente idonea al raggiungimento del proprio scopo mediante l’illustrazione esauriente dei tratti essenziali della lite e degli elementi considerati o presupposti nella decisione delle varie questioni. Pertanto, la nullità della sentenza veniva comminata soltanto allorquando era impossibile l’individuazione del “thema decidendi” e delle ragioni poste a fondamento di quella, piuttosto che di altra decisione.
In linea di principio può condividersi l’aspirazione perseguita dal legislatore ad una semplificazione del documento sentenza, tanto più opportuna se si considera che talvolta nella prassi applicativa lo svolgimento del processo conteneva l’esposizione eccessivamente analitica e pedissequa di quanto accaduto in tutte le varie udienze, anche quelle di mero rinvio, oppure dei risultati dell’attività istruttoria e ciò produceva un appesantimento del testo scritto ed un’anticipazione inutile di dati meglio sviluppati nella parte della motivazione, dedicata alla ricostruzione del fatto.
Al tempo stesso non può trascurarsi che la stesura dello svolgimento del processo, oltre a non assorbire in sé tempi molto lunghi, costituiva anche occasione per un utile esercizio di riflessione e di autodisciplina, specie per i giovani magistrati e comunque per chi era alle prime esperienze giudiziarie, perché, al di là della sua ampiezza e della tecnica più o meno sintetica di redazione, imponeva di focalizzare l’attenzione su come il procedimento era stato introdotto e condotto ed a chiarire, proprio perché richiesto da un’esposizione preliminare scritta, l’ambito oggettivo del contenzioso, il che appariva ancor più utile per i giudicanti che non avevano seguito ed istruito l’intero procedimento, ma ne avevano ricevuto l’assegnazione in sostituzione di colleghi impediti dal condurlo a termine sino alla decisione e per i giudici chiamati a decidere la controversia nei gradi d’impugnazione.
Si pone altresì un ulteriore elemento di riflessione, che è legato alla funzione stessa assegnata alla sentenza; se tale atto processuale risponde all’esigenza della giustificazione, nel senso che deve rendere ostensibili la decisione e le ragioni che la sostengono, e ciò, non soltanto per le parti di quel procedimento, ma più in generale per qualsiasi soggetto che ne voglia prendere cognizione, l’assenza dello svolgimento del processo può pregiudicare la piena intelligibilità del documento e della soluzione prescelta per tutti coloro che non abbiano vissuto quell’esperienza processuale.
E poiché l’eliminazione dello svolgimento del processo non soffre limitazioni di sorta, ma vale per qualsiasi sentenza, anche per quelle che decidono sulle impugnazioni, gli aspetti più problematici potranno porsi proprio con riferimento alle pronunce rese nel giudizio d’appello e di cassazione, perché, non riportando esse in futuro alcuna esposizione degli eventi verificatisi nei gradi inferiori del giudizio, potrà essere difficoltoso per il giudice dell’impugnazione comprendere cosa si sia verificato ed il significato delle stesse decisioni, oltre che la verifica circa la correttezza delle soluzioni offerte, specie sulle questioni processuali e per qualsiasi lettore intendere il procedimento logico decisionale. Il che è presumibile si verificherà in modo particolare per il giudizio di cassazione, ove l’esame dei motivi di ricorso ed il controllo su quanto compiuto nei gradi di merito implicherà la necessità dello studio dell’intero fascicolo processuale ed un ulteriore dispendio di tempo, più che una sua riduzione.
E’ comunque da ritenersi che, nonostante la soppressione di questo requisito, la sentenza non potrà mai prescindere dalla esposizione del contenuto delle domande e delle eccezioni delle parti e dalla ricostruzione del fatto, dedicandovi attento esame nella motivazione vera e propria e ciò per la insopprimibile esigenza di far comprendere la vicenda concreta presa in esame ed offrire uno sviluppo del ragionamento decisorio aderente alle richieste delle parti e basato sui fatti da esse allegati e provati.
Appare, invece, un’innovazione meramente lessicale, priva di concrete conseguenze, la modifica introdotta con riferimento alla motivazione della sentenza che da “concisa esposizione dei motivi in fatto e in diritto della decisione”, è divenuta la “concisa esposizione delle ragioni di fatto e di diritto della decisione”, risolvendosi soltanto nell’introduzione del termine “ragioni” da ritenersi sinonimo di “motivi”.
Più incisiva è la modifica del testo dell’art. 118 delle disposizioni di attuazione al codice di procedura civile, che contiene la specificazione del requisito di cui al punto 4) dell’art. 132 c.p.c., ossia del contenuto della motivazione della sentenza , la quale “consiste nella succinta esposizione dei fatti rilevanti della causa e delle ragioni giuridiche della decisione, anche con riferimento a precedenti conformi”.
La nuova disposizione in realtà pare ricalcare la previsione contenuta nell’art. 16 del D.L.vo 5 del 2003, contenente la disciplina del rito societario, ove al comma quinto, ultimo periodo, è previsto “La sentenza può essere sempre motivata in forma abbreviata, mediante il rinvio agli elementi di fatto riportati in uno o più atti di causa e la concisa esposizione delle ragioni di diritto, anche in riferimento a precedenti conformi”.
Con riferimento al giudizio ordinario di cognizione, tre sono gli elementi di novità introdotti dalla nuova formulazione della norma:
a)l’inserimento dell’aggettivo “succinta”, riferito alla motivazione, termine già in uso nella forma avverbiale nell’art. 134 c.p.c. per le ordinanze e per il processo amministrativo, essendo stato sostituito dalla legge nr. 205 del 2000 l’ultimo comma dell’art. 26 della legge 6 dicembre 1971, n. 1034 con il seguente testo "Nel caso in cui ravvisino la manifesta fondatezza ovvero la manifesta irricevibilità, inammissibilità, improcedibilità o infondatezza del ricorso, il tribunale amministrativo regionale e il Consiglio di Stato decidono con sentenza succintamente motivata. La motivazione della sentenza può consistere in un sintetico riferimento al punto di fatto o di diritto ritenuto risolutivo, ovvero, se del caso, ad un precedente conforme”.
La nuova disposizione dell’art. 118 disp. att. c.p.c. riguarda le modalità di redazione dell’apparato motivazione della sentenza, equipara sotto questo profilo ordinanza e sentenza, evoca una tecnica espositiva ancora più stringata rispetto all’aggettivazione “concisa”, contenuta nell’art. 132 del codice di rito e, pur nell’assenza di indici normativi precisi che traducano in termini concreti questo requisito, deve leggersi come aperta sollecitazione rivolta ai decidenti ad attenersi ad un canone di essenzialità, alla sintesi, alla sobrietà nelle giustificazioni nell’ottica della semplificazione dell’atto giudiziario, della velocizzazione dei tempi di redazione e di agevolazione della sua comprensione in vista della sua esecuzione e dell’eventuale impugnazione nel grado successivo. In altri termini, il legislatore anche con questa previsione ha inteso sollecitare i giudici al tempestivo e rapido adempimento degli obblighi motivazionali connessi alla fase decisoria della causa in ossequio al principio generale di ragionevole durata del processo di cui all’art. 111 della Costituzione.
Merita attenta considerazione la mancanza nel testo definitivo approvato dal Parlamento di qualsiasi disciplina differenziata della tecnica di redazione della motivazione della sentenza, introdotta indistintamente per le sentenze di merito e di legittimità, per quelle di primo grado e quelle rese nei giudizi d’impugnazione e senz’alcun riferimento alle questioni risolte ed alla natura della decisione.
Infatti, mentre nel disegno di legge originario era contenuta la locuzione “Nel caso di domande manifestamente fondate o infondate la sentenza è succintamente motivata e la motivazione può consistere in un sintetico riferimento al punto di fatto o di diritto ritenuto risolutivo, ovvero, se del caso, a un precedente conforme di una giurisdizione superiore”, con la previsione di una limitazione, in qualche modo analoga alla disciplina della motivazione semplificata del processo amministrativo, consistente nella possibilità di motivazione succinta a fronte di manifesta, palese fondatezza od infondatezza della domanda e del riferimento, quale concreta modalità di redazione della motivazione, al punto risolutivo ed al precedente conforme, questo testo non è poi stato approvato.
Tale scelta normativa impone delle serie riflessioni per gli operatori del diritto su cosa si debba pretendere per la corretta redazione della motivazione e, pur dovendosi apprezzare lo sforzo di innovazione e le sue condivisibili finalità, nasconde in sé un’ipocrisia di fondo: è noto che non tutti i procedimenti presentano un grado simile di difficoltà, che è strettamente dipendente dalla materia sostanziale, dalle vicende in punto di fatto, dal contenuto delle pretese delle parti, dal loro stesso modo di impostare e gestire la lite in sede giudiziaria. Su tale complesso di elementi, che già in sé congiura a “complicare” il caso concreto portato alla cognizione del giudice, s’innesta il corpo normativo processuale con la previsione dei suoi innumerevoli riti, nel rispetto del cui schema procedurale deve essere trattata la controversia sino alla sua soluzione: ebbene, ci si chiede come possa motivarsi succintamente una sentenza che debba dare esauriente risposta alle questioni processuali controverse, fornire una fedele ricostruzione in punto di fatto della vicenda concreta e fare corretta applicazione delle disposizioni di legge regolatrici della materia.
Riesce poi veramente difficile immaginare che pronunce rese dalla Corte di Cassazione, magari a sezioni unite, chiamate a risolvere complesse questioni e contrasti giurisprudenziali, ad offrire analitica interpretazione delle norme, sostanziali e processuali, implicate dal caso concreto, ad operare quale precedente autorevole possano attenersi al canone motivazionale ora preteso dal legislatore ed al tempo stesso esplicare appieno le funzioni proprie della decisione di legittimità.
Più in generale, la pretesa di una motivazione succinta sottende l’annoso problema di come raggiungere il punto di equilibrio tra completezza nell’esame delle questioni pertinenti e rilevanti e sintesi nell’esposizione degli argomenti, tacitando da un lato l’ansia del giudicante di voler giustificare a sufficienza e rendere verificabile la propria statuizione ed evitando dall’altro, sul fronte opposto, di imporre una riscrittura della motivazione da parte del giudice d’appello in caso di eventuale impugnazione di una sentenza di primo grado, dotata di motivazione superficiale o troppo concisa o peggio ancora la cassazione nel giudizio di legittimità della sentenza di secondo grado, la cui motivazione sia, per eccessiva sintesi, insufficiente o contraddittoria su un fatto controverso e decisivo.
Nel tentare di dare una risposta a questo quesito può affermarsi che l’indicazione legislativa autorizza a ritenere valide le raccomandazioni ricavabili dalla prassi operativa, secondo le quali l’atto giudiziario, non solo l’ordinanza, ma anche la sentenza di qualsiasi grado, non deve dilungarsi su aspetti superflui, non richiesti dai temi prospettati dalle parti o implicati dagli stessi, non deve contenere prolisse ricostruzioni di istituti giuridici noti e pacificamente interpretati, né riproduzioni integrali e superflue di atti processuali, quali verbali di prove costituende o integrali trascrizioni di prove precostituite, non deve dimostrare, come sfoggio sterile e narcisistico dell’autore, la sua cultura giuridica, trasformando la decisione in trattatello accademico, né tanto meno in occasione per disquisizioni giuridiche, anche su questioni nuove ed interessanti, ma in realtà inconducenti ai fini della soluzione della causa, se su di esse non sussista contrasto fra le parti.
Al tempo stesso, va evitato l’eccesso opposto, ossia di interpretare la richiesta di una motivazione succinta come pretesto offerto al giudicante per sottrarsi all’onere della giustificazione e per fornire soluzioni tautologiche rispetto alla decisione conclusiva, ma prive di effettivo esame critico e selettivo del materiale probatorio e di ragionata individuazione ed applicazione della norma regolatrice il rapporto sostanziale dedotto in giudizio.
Può in conclusione affermarsi che il tempo a disposizione del giudice è prezioso e condividersi l’indicazione ad utilizzarlo nel migliore dei modi senza disperderlo in esercizi motivazionali sterili, non essenziali, attraverso uno sforzo continuo di autodisciplina e di autolimitazione, orientato dalla considerazione, che mai deve mancare, della funzione di strumento di controllo che la sentenza deve assolvere come atto processuale. Al contempo non è certamente con la sola pretesa di una motivazione succinta della sentenza, in assenza di riforme strutturali del sistema giudiziario e dell’intero procedimento civile, che può ottenersi dai giudici una migliore produttività ed un più proficuo utilizzo delle loro capacità, essendo noto a qualsiasi operatore che, anche a prescindere dalla resistenza del legislatore a stigmatizzare i carichi esigibili di lavoro per ciascuna funzione giudiziaria, non è possibile ottenere da ciascun decidente un numero illimitato o comunque talmente elevato di provvedimenti da poter abbattere le impressionanti pendenze dei procedimenti civili.
b) In secondo luogo è stata modificata la previsione relativa all’esposizione dei motivi di fatto, sostituita dall’esposizione dei fatti rilevanti della causa, ossia dei fatti, dai quali dipende la decisione della lite. Pur non dubitandosi che anche in precedenza al giudice non fosse chiesto di diffondersi nell’esposizione e ricostruzione probatoria di fatti irrilevanti, tanto da far ritenere superflua la novellazione introdotta sul punto, può ritenersi che questa sostituzione rappresenti ulteriore sollecitazione a non divagare, ad attenersi all’essenzialità ed a rimanere strettamente aderenti a ciò che è richiesto dalle parti con le loro domande ed eccezioni.
c) Il terzo aspetto di novità, che tende sempre a contenere la motivazione ed i tempi della sua redazione, consiste nel consentito utilizzo del riferimento ad una precedente decisione conforme per l’esposizione delle ragioni giuridiche della decisione; in altri termini, viene in questo modo legalizzata in una disposizione normativa la prassi, già sancita ampiamente nella giurisprudenza di legittimità e già recepita come precetto vigente nel rito societario con la cd. “motivazione abbreviata” e nel processo amministrativo con la motivazione semplificata, del ricorso alla tecnica di redazione della motivazione “per relationem”, ossia mediante riferimento ad atti decisori non trascritti testualmente, ma soltanto richiamati. In tal modo, per ragioni di economia processuale, si evita la materiale trascrizione nel corpo della motivazione di diffuse argomentazioni, già contenute nel precedente, cui si fa rinvio.
Anche in questo caso il legislatore raccoglie gli esiti di un’evoluzione giurisprudenziale, che deve essere tenuta presente anche per l’applicazione pratica del nuovo testo dell’art. 118 disp. att. c.p.c..
Infatti, premesso che la sentenza è chiamata ad assolvere ad una funzione di giustificazione ed a consentire il controllo sulla correttezza della decisione, la motivazione per “relationem” deve essere tale da garantire il rinvio ad atti, in sé estranei alla sentenza, che siano resi accessibili e conoscibili per chiunque la legga. Pertanto, tale agevolazione motivazionale deve ritenersi subordinata a due condizioni, ossia alla dimostrazione dell’esistenza di un preciso collegamento fra precedente e fattispecie in questione ed alla specificità del rinvio, che deve essere corredato dall’indicazione degli estremi del provvedimento richiamato, reso in tal modo accessibile e verificabile .
Cass. sez. lav. 17.01.2004 nr. 662; Cass. Civ. 21.10.2005 nr. 20454; 25.09.2002 nr. 13937. Da ultimo la Suprema Corte si è espressa nei seguenti termini: “Quando la motivazione richiama un orientamento giurisprudenziale consolidato - tra l'altro riportando le massime in cui esso si è espresso - la motivazione deve ritenersi correttamente espressa da tale richiamo, che rinvia - in evidente ossequio al principio di economia processuale (che oggi trova legittimazione formale nel principio della ragionevole durata del processo, il quale giustifica ampiamente che non si debbano ripetere le argomentazioni di un orientamento giurisprudenziale consolidato, ove condivise dal giudicante e non combattute dal litigante con argomenti nuovi) - appunto alla motivazione risultante dai provvedimenti richiamati, di modo che il dovere costituzionale di motivazione risulta adempiuto "per relationem", per essere detta motivazione espressa in provvedimenti il cui contenuto è conoscibile”, Cass.civ. 30.03.2007 , n. 7943.
 

Il ricorso nella motivazione al precedente conforme non costituisce dunque un esonero dall’onere di verifica e di giustificazione, un richiamo acritico di decisioni altrui, il cui utilizzo, per quanto esse siano autorevoli e corrette sul piano delle soluzioni offerte, passa attraverso un ripensamento critico e la dimostrazione della loro attinenza al caso concreto da risolvere, in modo da dimostrarne la riferibilità anche all'attività del giudice che ha adottato quella soluzione.
Come già detto, dal testo definitivo, approvato dal Senato della Repubblica, è stata, invece, soppressa la parte della proposta di legge, che introduceva al quarto comma dell’art. 118 disp. att. c.p.c. la previsione del rinvio per l’esposizione delle ragioni di diritto ad “un precedente conforme di una giurisdizione superiore”.
La soppressione appare opportuna, dal momento che nessuno ha mai dubitato del legittimo rinvio a precedenti di legittimità, soprattutto se consolidati, seppur con le limitazioni sopra esposte; ne discende che il precedente utilizzabile può essere stato emesso anche dalla stessa autorità che redige la sentenza, oppure da altra di pari grado, e comunque da giudici di merito; ma rispetto a tali pronunzie si pone il concreto problema dell’accessibilità, della conoscibilità per le parti ed il giudice di grado superiore di tali decisioni, quindi dell’intelligibilità del riferimento ad informazioni non riportate nel testo della sentenza, specie se, per quanto indicate con gli estremi identificativi specifici, non siano pubblicate su riviste giuridiche di larga diffusione.
Infine, il legislatore pare aver assegnato grande importanza alle novità apportate alla motivazione della sentenza ed aver riposto particolare fiducia sulla loro efficienza, dal momento che, secondo quanto previsto dall’art. 58 della legge nr. 69 del 19 giugno 2009, entrambe le norme dell’art. 132 c.p.c. e dell’art. 118 disp. att. c.p.c. sono di immediata applicazione anche ai giudizi in corso al momento della sua entrata in vigore e quindi a far data dal 4 luglio 2009.
 

In merito alla decisione quale attività cognitiva del giudice di apprezzamento dei fatti e di risoluzione della controversia con l’applicazione delle norme giuridiche di riferimento la novella incide sulla tipologia dei mezzi di prova, introducendo la testimonianza scritta sulla base di un modello normativamente previsto, nonché altra modifica in tema di disponibilità della prova, nel senso che è stata mutata l’ultima parte dell’art. 115 c.p.c. nel modo seguente “Salvi i casi previsti dalla legge, il giudice deve porre a fondamento della decisione le prove proposte dalle parti o dal pubblico ministero, nonché i fatti non specificatamente contestati dalla parte costituita. Il giudice può tuttavia, senza bisogno di prova, porre a fondamento della decisione le nozioni di fatto che rientrano nella comune esperienza”.
Anche questa facoltà è coerente col perseguimento degli obiettivi di velocizzazione del procedimento decisionale e di snellimento della motivazione della sentenza intesa come documento scritto, perché esenta il giudice dall’obbligo di ammettere ed assumere durante l’istruzione della lite la prova di quelle due categorie di fatti, ossia di quelli non contestati, ritenendoli implicitamente riconosciuti come veri e quindi dall’obbligo di motivare in ordine alla loro ricostruzione ed accertamento, ritenendo sufficiente l’enunciazione, la descrizione del contenuto e l’utilizzo per pervenire alla decisione. In questo modo il legislatore ha formalizzato in un testo normativo, rendendola così precetto processuale, una regola di origine giurisprudenziale, già osservata nella prassi.
E’ noto che la ricostruzione del fatto storico avviene mediante la valutazione delle prove alla luce della prospettazione delle parti sui singoli fatti rilevanti, perché il giudice non ricerca la verità in assoluto quasi fosse uno storico, ma deve limitarsi alla verifica della verità enunciata dall’attore o dal convenuto. Il principio fondamentale che guida questa attività è che la prova è necessaria soltanto per i fatti contestati e rilevanti, ossia per quei fatti che sono quelli affermati da una parte e negati dalla controparte e che hanno influenza sulla decisione. Quando vi sia ammissione del fatto, ossia quando tutti siano concordi nell’affermare che un fatto si è verificato, è inutile spendere attività istruttoria, né motivazione per dire che il fatto si è svolto, mentre dovrà essere dedicata molta attenzione alle conseguenze giuridiche di quel fatto.
Ciò che la norma non chiarisce è cosa debba intendersi per mancata contestazione, in cosa essa consista, nonchè come e quando la contestazione debba verificarsi per essere processualmente rilevante.
 

Il legislatore ha quindi apportato diverse modifiche anche alla materia delle spese processuali, le cui norme fondamentali, contenute negli artt. 91, 92, 96, non sono state totalmente riscritte, ma sono state integrate con nuove specifiche disposizioni.
In particolare, nell’art. 91 c.p.c. il secondo comma prevede che il giudice, allorchè a conclusione del giudizio con la sentenza definitiva liquidi le spese del processo, debba attenersi ad una nuova regola, secondo la quale “se accoglie la domanda in misura non superiore all'eventuale proposta conciliativa, condanna la parte che ha rifiutato senza giustificato motivo la proposta al pagamento delle spese maturate dopo la formulazione della proposta, salvo quanto disposto dal secondo comma dell'articolo 92 c.p.c.”.
Il giudice deve dunque utilizzare un nuovo criterio nella liquidazione delle spese che prescinde dall’effettiva soccombenza rispetto alle domande di merito, formulate nel giudizio e che trae ispirazione dall’intento di favorire soluzioni del contenzioso di natura pattizia transattiva, raggiunte in sede giudiziale o stragiudiziale, ma tali da impedire, oppure arrestare il corso del procedimento civile e così scoraggiare le pretese delle parti di ottenere tutela mediante esclusiva pronuncia dell’autorità giudiziaria.
Pertanto, qualora accada che il giudice accolga la domanda in misura che non supera quanto stabilito nella proposta di conciliazione, la parte che l’ha rifiutata senza giustificato motivo, pur avendo ottenuto l’accertamento della fondatezza della propria pretesa e l’accoglimento della propria domanda, se quanto gli viene giudizialmente riconosciuto non supera quanto gli sia stato offerto dalla controparte, soltanto in ragione del proprio rifiuto non giustificato, verrà condannata alle spese processuali maturate dopo la formulazione della proposta conciliativa. In tal modo viene valorizzato negativamente il comportamento processuale della parte che con il proprio rifiuto, ritenuto non giustificato, abbia dato corso al giudizio, oppure alla sua prosecuzione, per avere poi ottenuto, a conclusione del procedimento, quanto avrebbe potuto ricevere in forza della proposta transattiva rifiutata.
L’applicazione pratica della norma in esame sembra essere limitata ai casi nei quali sia stata proposta una domanda giudiziale, caratterizzata da un “petitum” quantificabile, frazionabile, unico che consente la conduzione di un giudizio di parità o di non superiorità fra oggetto della domanda accolta e contenuto della proposta conciliativa, come nel caso venga formulata una domanda di condanna al pagamento o alla consegna di un bene o di più beni.
In assenza di ulteriori indicazioni fornite dal testo della norma deve ritenersi che sia la mera proposta a dover essere tenuta in considerazione, senza la necessità che ad essa si accompagni un’offerta di adempimento della prestazione dovuta, il che però autorizza dubbi sulla sua serietà e sul concreto affidamento circa il futuro rispetto di quanto promesso.
Si pone poi un ulteriore problema che consiste nell’individuare quando e come debba essere formulata la proposta di conciliazione, dal momento che il testo dell’art. 91 c.p.c. non offre indicazioni al riguardo; proprio l’assenza di qualsiasi limitazione temporale espressa induce a ritenere che siffatta proposta possa essere considerata ai fini della regolamentazione delle spese processuali sino all’udienza di precisazione delle conclusioni, con l’avvertenza che tanto prima sarà avanzata rispetto allo svolgersi del rapporto processuale tanto più inciderà sull’ammontare delle spese poste a carico della parte vittoriosa che l’abbia respinta immotivatamente. E dunque la proposta conciliativa potrà essere rivolta alla controparte prima del giudizio, oppure durante la sua pendenza, potrà provenire dalla parte personalmente o dal suo procuratore speciale o generale, ma anche dallo stesso giudice, il quale nel tentativo di conciliare le parti abbia enucleato una soluzione per il componimento bonario della lite e l’abbia sottoposta all’approvazione dei contendenti. In questo secondo caso deve ritenersi che l’applicazione dell’art. 91, comma 2° c.p.c. sarà subordinata al recepimento della proposta formulata dal giudice per una parte ed al suo rifiuto per l’altra, mentre se tutte le parti la dovessero respingere le spese andrebbero liquidate secondo i criteri generali, dal momento che entrambe avrebbero dato causa alla prosecuzione del giudizio con il loro comportamento.
Nel caso in cui l’offerta di conciliazione sia rivolta dopo l’instaurazione del procedimento sarà imposto al giudice nel capo della sentenza che decide sulle spese processuali di scindere quelle liquidate secondo i criteri del primo comma dell’art. 91 c.p.c. o comunque secondo i canoni generali perché maturate prima della proposta e quelle da regolare ai sensi del secondo comma perché maturate in epoca ad essa successiva, dovendo ovviamente motivare sulle ragioni dell’applicazione dei relativi criteri.
Va altresì rilevato che qualora la proposta sia formulata al di fuori del giudizio, la conoscenza della sua esistenza e del suo contenuto può essere acquisita dal giudice soltanto per effetto dell’iniziativa della parte interessata, che solleva la questione per giovarsene e che ne deve offrire la relativa dimostrazione; la cosa però può comportare la proposizione di una questione nuova, non sollevata in precedenza e deducibile, ad esempio all’udienza di precisazione delle conclusioni, anche in violazione del regime delle preclusioni.
La problematica assume ancor più valore in ragione dell’avvenuta soppressione ad opera dell’art. 46 della legge nr. 69/2009, della norma generale sulla rimessione in termini di cui all’art. 184-bis c.p.c. e la stessa potrebbe comportare anche il sovvertimento del calendario delle udienze con la sua organizzazione sequenziale e programmata degli adempimenti processuali sino alla decisione, predisposto dal giudice a norma dell’art. 81-bis disp. att. di nuova formulazione, sulla cui utilità ed efficacia non poche riserve è legittimo esprimere.
Va rilevato poi come la nuova norma in esame non richieda una espressa domanda di parte e rimetta alla valutazione del giudice se adottare questa statuizione o meno, potendo egli ricorrere anche al potere di compensazione delle spese, secondo quanto statuito dall’art. 92 c.p.c., il quale consente un correttivo alla regola dettata dal secondo comma dell’art. 91 in esame, imponendo comunque di esplicitare con apposita motivazione le ragioni della scelta di compensazione delle spese.
In conclusione sul punto, l’ingiustificato rigetto dell’offerta conciliativa, quando l’accoglimento della domanda proposta non superi in quantità il contenuto della proposta respinta, può dar luogo alla condanna alle spese della parte che l’abbia rifiutata indebitamente o, al più, alla compensazione totale o parziale delle spese processuali; in ogni caso la parte vittoriosa che abbia in precedenza respinto la possibilità di conciliare la lite, ottenendo non più di quanto offertole, non potrà mai essere vittoriosa totalmente anche in punto spese di lite, potendo al massimo conseguire la compensazione totale o parziale, ma soltanto in caso di soccombenza reciproca oppure di altre gravi ed eccezionali ragioni, da indicare in modo esplicito nella motivazione.
E si noti bene che, non essendo previsti sbarramenti temporali entro i quali la proposta conciliativa deve essere formulata, se la stessa viene avanzata prima dell’instaurazione del giudizio, allora l’onere delle spese processuali ricadrà integralmente a carico della parte vittoriosa rispetto alle domande di merito avanzate.
Il nuovo testo dell’art. 92 c.p.c. è interessato dalla sostituzione delle parole: «o concorrono altri giusti motivi, esplicitamente indicati nella motivazione,» con le seguenti: «o concorrono altre gravi ed eccezionali ragioni, esplicitamente indicate nella motivazione» e prevede più in generale che la compensazione totale o parziale delle spese tra le parti possa essere statuita soltanto a fronte di soccombenza reciproca e di altre molto limitate ragioni, che il giudice è tenuto ad esplicitare in modo specifico nella motivazione: è evidente che a questo tipo di decisione si potrà ricorrere in via residuale ed eccezionale a fronte di situazioni particolari, meritevoli di considerazione, ma oggetto di puntuale argomentazione. Si vuole in altri termini evitare qualsiasi giustificazione tautologica, quale quella di frequente adottata col riferimento alla ricorrenza di “giusti motivi” per compensare le spese e recuperare l’autentico valore anche sanzionatorio della soccombenza per la parte che ha visto accolte le domande o le eccezioni altrui.
 

Infine, altra innovazione degna di commento riguarda l’introduzione del terzo comma dell’art. 96 c.p.c. di una fattispecie particolare di responsabilità aggravata, in quanto «In ogni caso, quando pronuncia sulle spese ai sensi dell'articolo 91, il giudice, anche d'ufficio, può altresì condannare la parte soccombente al pagamento, a favore della controparte, di una somma equitativamente determinata».
Si tratta di una disposizione del tutto nuova, la quale conferisce al giudice il potere discrezionale di aggravare gli effetti della soccombenza della parte, che non solo subisce l’accoglimento di domande ed eccezioni di controparte, non solo viene condannata alle spese del giudizio, ma viene altresì onerata a titolo puramente sanzionatorio, legato alla mera soccombenza, al pagamento di un’ulteriore somma di denaro in misura forfetizzata e viene stabilita in via equitativa dal giudice.
Gli aspetti salienti dell’istituto riguardano l’adozione della pronuncia anche d’ufficio, quindi prescindendo dalla domanda della parte vittoriosa e la relativa valutazione che viene condotta con criteri di equità e non in aderenza al pregiudizio subito dalla parte vittoriosa.
Non è stata, invece, tradotta nel testo definitivo la previsione della possibilità di liquidazione di una somma d’importo variabile tra mille e ventimila euro.
L’aspetto più problematico, a mio avviso, riguarda il raccordo con le disposizioni dei commi precedenti dello stesso articolo 96, i quali disciplinano le due ipotesi di responsabilità aggravata, richiedendo un comportamento illecito in capo alla parte soccombente, qualificato da dolo o da colpa grave e la precisa dimostrazione di un pregiudizio, discendente dall’iniziativa processuale della parte soccombente. L’introduzione del comma con la locuzione “in ogni caso” allude ad una situazione diversa da quelle prese in considerazione dai primi due commi, ma l’elemento differenziale può consistere nel prescindere o dalla puntuale dimostrazione del danno subito per effetto della condotta processuale della parte soccombente, oppure dalla dimostrazione del pregiudizio e dell’elemento soggettivo della malafede o della colpa grave.
Per la prima soluzione militano, sia l’argomento sistematico, dal momento che la disposizione è stata inserita sotto il titolo “responsabilità aggravata”, il che rimanda sempre alla sussistenza di una condotta illecita, qualificata da un atteggiamento intenzionale o gravemente colposo, sia i lavori preparatori. E’ certo comunque che sarebbe bastato a fugare qualsiasi dubbio inserire un’espressione più chiara e di immediata comprensione circa l’adozione di siffatta condanna anche in assenza di una prova rigorosa e precisa sull’ammontare dei danni sofferti.
In ogni caso è prevedibile che grazie a questa nuova disposizione la responsabilità aggravata venga rivitalizzata, cessando di essere un istituto di solo interesse accademico, letto e studiato sui manuali, ma scarsamente applicato e negli effetti pratici potrà divenire uno strumento utile di pressione per far desistere le parti dall’agire e dal resistere in giudizio in modo doloso o gravemente negligente o imprudente ed al tempo stesso per agevolare il compito del giudice.

Palermo, 8 giugno 2009.
Dr. Monica Boni

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