Il Paradiso di Dante: il pensiero fatto poesia.

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Nel settecentesimo anniversario della Sua morte, L’Associazione Valore Uomo  rende omaggio a Dante Alighieri attraverso le riflessioni del Prof. Francesco Letta, al quale va il merito di aver guidato i suoi allievi alla scoperta della profondità del pensiero del Poeta Eterno.

“Le riflessioni che seguono non vogliono avere alcuna presunzione di novità o di profondità critica. Sono semplicemente la testimonianza di un insegnante che si è sforzato, forse in parte riuscendovi, di comprendere la complessità del Paradiso, in modo da renderne meno ostica la lettura ai suoi allievi.

Tra i rarissimi poeti capaci di trasformare la profondità di pensiero in poesia, Dante è il più grande, seguito, nella nostra letteratura, da Giacomo Leopardi, uno dei primi ad avvertire la grandezza poetica del Paradiso, lungamente misconosciuta o ridimensionata dalla critica, a partire dall’epoca romantica fino ad arrivare ai primi decenni del Novecento. Leopardi considerava il Paradiso un’unica immensa lirica, sottolineandone il carattere unitario, quel carattere che una lettura frammentaria della cantica fa perdere, irrimediabilmente.

Il Paradiso è l’ultima tappa di quell’itinerarium mentis in deum, che conduce Dante (dopo la costatazione delle conseguenze del peccato nell’Inferno e dopo la conquista della libertà spirituale nel Purgatorio), attraverso un continuo potenziamento della sua capacità intellettiva, a cercare, appunto nel Paradiso, una risposta ai numerosi interrogativi che lo avevano tormentato, al punto di portarlo sulla strada della perdizione. Il più angosciante di tutti riguardava la giustizia di un Dio che condanna all’inferno, per non aver ricevuto il battesimo, i grandi filosofi (quasi sempre ‘cercatori’ di Dio), “i pargoli innocenti” e tanti altri. Erano interrogativi siffatti che lo allontanavano dalla fede.  Ma il suo era un peccato di ὕβϱις, lo stesso di Lucifero e di Adamo. Questo dovrebbe significare la selva oscura in cui egli si era perso. Per un credente, i peccati non possono precludere la salvezza: basta pentirsene; è invece l’impossibilità di trovare risposte ai grandi interrogativi dell’esistenza che ancora oggi ci allontana dalla fede. Quanti smettono di credere di fronte a tragedie collettive o individuali! Quanti, di fronte alle immani catastrofi e guerre che hanno sempre costellato l’umana vicenda, non si lasciano più convincere dal messaggio rassicurante dell’amore di Dio, che la Chiesa cerca disperatamente di riproporre! Da credente, Dante comprende il potere salvifico del dolore e dell’accettazione della volontà di Dio (la “perfetta letizia” di San Francesco). Però, al “gran digiuno che l’aveva tenuto lungamente ‘in fame’„ (appunto gli interrogativi circa la giustizia di Dio), non aveva trovato sulla terra “cibo alcuno”, quel cibo che troverà solo nel paradiso.

Credo opportuno, a questo punto, riassumere (anche se in termini decisamente sommari, dati i limiti di questa riflessione) le tappe di quel percorso che porterà Dante alla comprensione del mistero di Dio nei suoi elementi costitutivi della Trinità e dell’Incarnazione di Cristo.

I canti dall’I al V sono una delle zone più fittamente teologiche del Paradiso. Dante inizia il suo percorso intellettuale attraverso una serie ininterrotta di interrogativi e di chiarimenti, ad opera di Beatrice o delle anime beate (Piccarda), che scendono nei vari cieli perché egli possa avere una percezione tangibile del loro diverso grado di beatitudine. (Diciamo, fra parentesi, che questo è l’espediente di cui Dante si avvale per rendere la terza cantica simmetrica alle altre due. Aggirarsi nella “rosa dei beati” e distrarre le anime dalla contemplazione di Dio sarebbe stato veramente inopportuno!).

Nei canti dal VI al IX, quest’ultimo compreso, le problematiche affrontate, tranne la parentesi teologica del canto VII, riguardano temi di carattere politico, con riferimento prevalente all’Impero. Il canto X segna l’ingresso nel Paradiso più autentico.

(Qui è necessaria una riflessione a margine del nostro discorso. Non esiste un anti-paradiso chiaramente definito, come lo sono l’antinferno e l’antipurgatorio, ma, in tutte e tre le cantiche, il canto X segna un importante momento di passaggio: nel X dell’Inferno si entra nella città di Dite, vale a dire nell’inferno più profondo; nel X del Purgatorio si passa dall’antipurgatorio al purgatorio vero e proprio, da dove inizia l’espiazione dei peccati; nel canto X del Paradiso si entra nel cielo del sole. I primi tre cieli (Luna, Mercurio, Venere), nella concezione astronomica del tempo, erano quelli toccati dal cono d’ombra della terra illuminata dal sole, per cui erano intrisi di terrestrità. Le anime che Dante incontra in essi avevano, in un certo senso, demeritato, in quanto distratte dalle vicende terrene. Dal cielo del sole in poi, Dante incontra solo anime che nella loro vita si sono completamente votate a Dio, per nulla distratte dalle vicende terrene. Ecco perché non appare privo di senso parlare di anti-paradiso. In quell’enorme cattedrale gotica che è appunto la commedia, esistono numerosissimi parallelismi, che solo una conoscenza piena dell’opera consente di evidenziare.)

Tornando al nostro discorso, è utile sottolineare che, tranne in rare eccezioni, le problematiche affrontate superano la scansione dei canti, ed i passaggi da un tema ad un altro spesso avvengono all’interno di un canto: questa è una ragione in più per evitare una lettura frammentaria della cantica.

I canti dal X alla pima metà del XIV affrontano i temi collegati alla Chiesa, e poi dalla seconda metà del canto XIV alla prima metà del canto XVIII Dante concentra la sua attenzione alle tematiche relative al Comune, che sono quelle più coinvolgenti sul piano personale.

Esaurito il discorso sulle tematiche, per così dire, più contingenti, all’Aquila imperiale, simbolo della giustizia, Dante rivolge, nel canto XIX il grande quesito: dove sta la giustizia di quel Dio che condanna all’inferno chi ha l’unica colpa di non aver conosciuto Cristo? L’Aquila rimprovera aspramente il poeta, per il solo fatto che osi porsi domande circa la giustizia di Dio, che è l’Assoluto da cui l’idea umana di giustizia deriva. Avere la pretesa di comprendere Dio comporta la volontà di “contenerlo”: è come se in un secchio, che è la mente umana, si pretendesse di contenere l’oceano!!! Eccolo il peccato di Lucifero! Ma Dante, pur rendendosi conto della sua arroganza nel coltivare quel dubbio, è soddisfatto solo in parte. L’Aquila ha parlato alla ragione, ma il cuore si attende altre risposte, che sono quelle che essa dà nel canto successivo: il suo occhio, la sua parte più splendente, è formato da due ebrei, due pagani e due cristiani. Seguendo San Tommaso, Dante non preclude, alla fine dei tempi, il paradiso nemmeno ai pagani. E se Traiano si trova nell’occhio dell’Aquila perché, resuscitato e convertito da Gregorio Magno, è morto la seconda volta da battezzato, Rifeo (un personaggio minore dell’Eneide, che, però, Virgilio definisce ‘iustissimus omnium’) è stato salvato dalla sua fede nell’uomo, e le virtù teologali hanno supplito al battesimo. È a partire dal canto XIII che Dante comincia ad invitare alla cautela nel giudicare e nel pretendere di capire chi è destinato alla salvezza: “Non creda donna Berta e ser Martino/per vedere un furare altro offerere/vederli dentro al consiglio divino;/ché quel può surgere, e quel può cadere.” (XIII, vv. 138-141).  E nel canto XX riafferma la impossibilità per l’uomo di penetrare il mistero della predestinazione divina: “O predestinazion, quanto remota/ è la radice tua da quelli aspetti/ che la prima cagion no veggion tota!/ E voi, mortali, tenetevi stretti/ a giudicar, ché noi, che Dio vedemo/ non conosciamo ancor tutti gli eletti” (XX, vv. 1390-135). (Diciamo, fra parentesi, che il canto XIX si conclude con una lunga tirata contro i regnanti contemporanei. Dante, dopo aver affermato che, nel giorno del giudizio, molti che “gridan Cristo, Cristo”, si troveranno più lontani da lui di chi non lo ha mai conosciuto, in tredici terzine, rammentando le magagne più note dei regnanti, costruisce l’acrostico LUE: essi sono la peste della Terra).

Libero dalle ansie terrene, ormai Dante procede speditamente sulla strada del potenziamento delle sue facoltà intellettive, e sostiene l’esame sulle virtù teologali ad opera di San Pietro, San Giacomo e San Giovanni, dopodiché, con l’aiuto della Vergine invocata da San Bernardo, scopre finalmente il mistero di Dio, arrivando alla pagina bianca: “All’alta fantasia qui mancò possa”.

La cosa che rende il Paradiso una cantica straordinariamente ricca di riferimenti all’attualità, e la ragione dell’“eternità” di Dante è che egli non si limita mai a dare una risposta meramente teologica (pure sempre presente) ai suoi interrogativi, ma si pone l’obiettivo di lanciare un messaggio di rinnovamento morale. Di esempi se ne potrebbero fare tantissimi, ma ne cito solo qualcuno. Il colloquio con Piccarda (canto III) è per Dante fonte di interrogativi che riguardano il significato della responsabilità umana e della libertà, e che trovano risposte nei due canti successivi. Ma, dopo che Dante ha espresso il suo pensiero sul voto e sulla necessità di rispettarlo (ragionamento di chiaro stampo teologico), si scaglia contro l’uso venale che ne facevano gli ecclesiastici, esortando i credenti a non fare voti, per evitare che gli esponenti del clero si facessero pagare per scioglierli, e ribadendo che per la salvezza essi non servono, ma basta seguire le scritture: “Non prendan li mortali il voto a ciancia” […] e […] “se mala cupidigia altro vi grida/uomini siate e non pecore matte”. (Non sembra Lutero nella sua crociata contro la vendita delle indulgenze?!). Nel canto VIII, Carlo Martello fa un lungo discorso per chiarire che l’organizzazione sociale richiede pluralità di talenti. Ma alla fine, riaffermando la responsabilità individuale, rivolge un caldo invito ai genitori a seguire le inclinazioni dei figli, per evitare guai e fallimenti: “Ma voi torcete a la religione /tal che fia nato a cingersi di spada, /e fate re di tal ch’è da sermone;/onde la traccia vostra è fuor di strada”.

Dunque la teologia nel Paradiso non si propone come una astratta riflessione sulla divinità,  ma come tentativo di dare una risposta convincente a quegli angosciosi interrogativi che, allora come ora, tormentano la coscienza di chi è credente non per consuetudine, e vorrebbe essere rassicurato di fronte all’angoscia della dimensione umana, per nulla placata dall’amore di Dio, angoscia che troverà poi, pure sempre presente,  chiara espressione in Leopardi, il quale cercherà una risposta non religiosa ma laica alla umana fragilità , e la troverà solo nella solidarietà (La ginestra).”

Francesco Letta

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