
Il valore della Costituzione
A settant’anni dalla prima udienza della Corte Costituzionale
di Stefano Amore*
Parlare del valore della Costituzione significa interrogarsi non soltanto sul suo contenuto normativo, ma sulla sua capacità di durare nel tempo, di orientare la vita collettiva e di custodire una memoria comune. La Costituzione non è soltanto la legge fondamentale dello Stato. È certamente la fonte suprema alla quale l’intero ordinamento deve conformarsi; ma è anche lo spazio nel quale una comunità riconosce le proprie origini, le proprie speranze e la propria idea di giustizia.
La storia ci insegna che, sovente, le Costituzioni sono nate da una frattura storica. La nostra nasce dalla caduta del fascismo, dalla tragedia della guerra, dalla Resistenza, dal bisogno di ricostruire lo Stato su basi radicalmente diverse rispetto a quelle che avevano condotto alla soppressione delle libertà e alla distruzione della dignità della persona. Essa non è, dunque, un semplice documento di organizzazione dei poteri pubblici. È la risposta giuridica, morale e politica a una crisi della civiltà. Nel suo testo si avverte la volontà di impedire che il potere torni a essere arbitrio e che la legge divenga strumento di oppressione anziché garanzia di libertà.
Per questa ragione la Costituzione non può essere letta soltanto come un insieme di articoli. Essa è, prima ancora, una promessa: promessa di libertà, di eguaglianza, di giustizia sociale, di pace, di pluralismo, di dignità. Una promessa, però, che non resta affidata alla sola forza delle parole. La Costituzione vive quando le sue disposizioni diventano criterio di decisione, limite al potere e vero strumento di orientamento per il legislatore e il cittadino. Vive, soprattutto, quando le istituzioni chiamate a custodirla riescono a trasformarla da testo solenne in esperienza concreta.
Questa dimensione concreta della Costituzione era stata colta, sia pure nella forma problematica del dubbio, da Giuseppe Capograssi. Nel 1945, in uno scritto dal titolo emblematico, Dubbi sulla Costituzione, egli metteva in guardia dal rischio di concepire la Costituzione come una costruzione puramente letteraria, come un’antologia di formule generose, ma prive di effettiva presa sulla vita collettiva. Una Costituzione, osservava in sostanza Capograssi, non deve essere la somma di luoghi comuni solenni, ma qualcosa di essenzialmente pratico, capace di esprimere una persuasione comune.
In questa osservazione vi è forse uno dei modi più profondi per intendere il valore della Costituzione. Essa non vale perché proclama molto, ma perché riesce a incidere realmente sulla vita della comunità. Non vale perché contiene parole alte, ma perché quelle parole diventano istituzioni, garanzie, limiti, decisioni, comportamenti. Il dubbio di Capograssi, dunque, non indebolisce la Costituzione; al contrario, ne illumina la responsabilità più esigente. Una Costituzione è davvero tale solo quando riesce a trasformare un ideale comune in un ordine giuridico effettivo.
A questa stessa intuizione, in una forma diversa, sembra ricondurre anche il celebre discorso pronunciato da Piero Calamandrei a Milano il 26 gennaio 1955. Rivolgendosi agli studenti, Calamandrei spiegava che nella Costituzione italiana non vi sono soltanto formule giuridiche, ma l’intera storia del Paese: i suoi dolori, le sue sciagure, le sue glorie, le sue lotte per la libertà. Dietro gli articoli della Carta, egli invitava a riconoscere “voci lontane”: Mazzini, quando si parla di solidarietà e di ripudio della guerra; Cavour, quando si afferma la libertà di tutte le confessioni religiose; Cattaneo, quando la Repubblica riconosce e promuove le autonomie locali; Garibaldi, quando si richiama lo spirito democratico dell’ordinamento delle Forze armate; Beccaria, quando si esclude la pena di morte.
Quella pagina di Calamandrei resta, ancora oggi, straordinariamente suggestiva perché mostra che la Costituzione non è nata nel vuoto. Essa non è un prodotto freddo di tecnica normativa, ma il punto di confluenza della migliore tradizione civile italiana. In essa il Risorgimento, l’antifascismo, la Resistenza, il pensiero liberale, democratico, sociale e personalista trovano una forma giuridica comune. La Costituzione è dunque un testo proiettato verso il futuro, ma abitato dal passato. Non nel senso della nostalgia, bensì nel senso della responsabilità: ciò che la storia ha dolorosamente insegnato è divenuta norma, garanzia, limite, promessa.
È qui che le riflessioni di Capograssi e Calamandrei possono essere accostate. Il primo ammonisce contro il pericolo di una Costituzione ridotta a pura enunciazione; il secondo ricorda che, dietro gli articoli, vive la storia concreta di un popolo. Insieme, essi ci consegnano un’idea esigente della Carta: la Costituzione vale se non resta immobile, se non viene confinata nella celebrazione, se non diventa un oggetto retorico. Vale se riesce a muovere la coscienza delle istituzioni e dei cittadini, se diventa impegno quotidiano, se traduce la memoria in azione pubblica.
In questa prospettiva, la Corte costituzionale occupa un posto essenziale nella storia repubblicana. La sua stessa vicenda mostra che il valore della Costituzione non si esaurisce nel momento della sua approvazione. La Costituzione entra in vigore nel 1948, ma la Corte costituzionale inizia la propria attività solo il 23 aprile 1956. Questo ritardo non è un dato meramente cronologico. Rivela la difficoltà, per il nuovo ordinamento repubblicano, di dare piena attuazione a una Costituzione rigida, destinata a prevalere sulla legge ordinaria e a limitare lo stesso Parlamento. La Corte nasce dunque in un momento decisivo: quando occorreva dimostrare che la Carta non era soltanto un manifesto di principi, ma una realtà effettiva, capace di incidere sulla vita dell’ordinamento.
A settant’anni dalla prima udienza della Corte Costituzionale, celebrata proprio nel ricordo di quel 23 aprile 1956, quella data conserva una forza simbolica singolare. In quel giorno la giustizia costituzionale italiana cominciava finalmente il proprio cammino; ma in quello stesso giorno moriva Giuseppe Capograssi, nominato giudice costituzionale pochi mesi prima. L’inizio della Corte fu, dunque, accompagnato subito da una perdita. La prima affermazione pubblica dell’istituzione si intrecciò con il congedo da uno dei giuristi che più profondamente avevano avvertito la difficoltà, ma anche la necessità, di fare della Costituzione una realtà viva.
Le parole pronunciate da Enrico De Nicola in quella prima udienza furono sobrie e intense. Il Presidente annunciò la morte di Capograssi, ricordandone la dottrina di giurista e la coscienza inflessibile, e sospese l’udienza in segno di lutto. È difficile immaginare un avvio più carico di significato. La Corte nasceva non nella retorica della celebrazione, ma nel segno della memoria. La Costituzione cominciava a parlare attraverso il suo giudice, ma quel primo atto era anche un atto di raccoglimento.
Il valore della Costituzione consiste anche in questo: nell’aver introdotto una nuova idea del diritto. Non più la legge come espressione insindacabile della volontà politica, ma la legge sottoposta a un controllo di conformità rispetto a principi superiori. Non più il potere come forza che si autogiustifica, ma il potere come funzione limitata, responsabile, misurata sulla dignità della persona. La giustizia costituzionale rappresenta il punto in cui questa trasformazione diventa visibile. Essa rende concreto il primato della Costituzione e ricorda a tutti i poteri dello Stato che nessuna maggioranza, nessuna contingenza politica, nessuna ragione di opportunità può porsi al di sopra dei principi fondamentali.
Ma la Costituzione non vive soltanto attraverso le decisioni. Vive anche attraverso la memoria delle istituzioni che la servono. Ogni istituzione non è fatta soltanto di competenze, procedure e atti formali. È fatta anche di linguaggi, riti, luoghi, figure, tradizioni. Anche le istituzioni ricordano: attraverso discorsi, cerimonie, formule, documenti, commemorazioni. In questo senso, la memoria istituzionale non è un elemento ornamentale. È una parte essenziale della vita costituzionale, perché consente a un’istituzione di comprendere se stessa, di riconoscere la propria continuità, di trasmettere i propri valori.
Le laudationes e le commemorazioni dei giudici costituzionali assumono, da questo punto di vista, un significato particolare. A prima vista potrebbero sembrare testi celebrativi, destinati a ricordare una persona scomparsa. In realtà, esse svolgono una funzione più profonda. Nel momento in cui ricordano un giudice, raccontano anche un tratto della Corte; nel momento in cui ricostruiscono una biografia, illuminano una stagione della giustizia costituzionale; nel momento in cui lodano una figura, indicano i valori che l’istituzione riconosce come propri. Ogni commemorazione è, insieme, memoria individuale e autorappresentazione istituzionale.
Anche i luoghi partecipano a questa memoria. Il Palazzo della Consulta non è soltanto la sede della Corte costituzionale. È uno spazio nel quale la Costituzione repubblicana si rende visibile. La formula che chiude le decisioni della Corte — “Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta” — mostra che il luogo non è un dettaglio neutro: esso entra nella forma stessa della decisione, collega l’atto giurisdizionale allo spazio istituzionale da cui promana, inscrive la giustizia costituzionale in una memoria civile.
Da qui emerge un punto decisivo: il valore della Costituzione non è soltanto nel passato che essa ricorda, ma nel futuro che essa continua a rendere possibile. Difendere il valore della Costituzione significa, allora, difendere il futuro di una comunità civile e politica. Significa ricordare che la democrazia non è soltanto decisione della maggioranza, ma rispetto dei diritti, equilibrio dei poteri, tutela delle minoranze, indipendenza della giurisdizione, dignità della persona. Significa comprendere che i principi costituzionali non sono formule astratte, ma criteri di civiltà giuridica.
La Costituzione vale perché impedisce allo Stato di dimenticare la persona. Vale perché obbliga il potere a riconoscere un limite. Vale perché trasforma la memoria delle tragedie del passato in garanzia per il futuro. Vale perché non appartiene soltanto ai giuristi, ai giudici o alle istituzioni, ma all’intera comunità nazionale. Essa è il punto in cui la storia diventa norma, la memoria diventa responsabilità, la libertà diventa ordinamento.
Il dubbio di Capograssi, riletto oggi, non è dunque un dubbio contro la Costituzione, ma un richiamo al suo compito più alto: non essere soltanto scritta, ma vissuta; non essere soltanto proclamata, ma attuata; non essere soltanto venerata, ma resa operante nella coscienza delle istituzioni e dei cittadini. E il discorso di Calamandrei ci ricorda che, dietro ogni articolo, non vi è soltanto una scelta tecnica, ma una voce della storia italiana che chiede di essere ascoltata.
Il valore della Costituzione, in definitiva, sta nella sua capacità di unire ciò che spesso appare separato: diritto e storia, memoria e futuro, istituzioni e persone, autorità e limite, libertà e responsabilità. Essa non è soltanto il fondamento dell’ordinamento repubblicano. È la forma giuridica della nostra convivenza e, insieme, la più alta promessa che la Repubblica continua a rivolgere a sé stessa.
Sta a tutti noi mantenere quella promessa
*Magistrato Ordinario, già Assistente di studio presso la Corte Costituzionale












